Concerto Celebrativo: UNA VOCE PER SANT’ALFONSO – 270 anni di “Tu scendi dalle stelle”
Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, il canto della misericordia.

Spunti di riflessione: Prof.ssa Filomena Sacco (docente di teologia morale presso l’Accademia Pontificia Alfonsiana di Roma)

La musica come lode che unisce cielo e terra: sant’Alfonso, l’uomo del cuore

1. Apertura – Il Cielo che accoglie
Spunto di meditazione: La musica come lode che unisce cielo e terra. Sant’Alfonso,
uomo del cuore, che ci insegna a guardare Dio non con timore, ma con fiducia e amore
filiale.
Sant’Alfonso Maria de Liguori non fu solo un grande teologo morale e un pastore
instancabile, ma anche un poeta dell’anima, un cantore dell’amore divino. In un’epoca
in cui molti predicatori presentavano un Dio severo e distante, Alfonso compose
melodie che ancora oggi risuonano nei cuori: “Tu scendi dalle stelle”, “Quando
nascette Ninno a Betlemme”. Non furono semplici canzoncine devozionali, ma ponti
sonori tra cielo e terra, strumenti attraverso cui l’infinito si faceva accessibile al cuore
umano.
Sant’Alfonso predicava a persone che “in gran parte non sapevano leggere”. Per
questo compose canzoncine e versi, creando una pedagogia popolare che parlasse
direttamente al cuore. La musica divenne per lui ciò che le parole scritte non potevano
essere: un linguaggio universale, capace di superare le barriere dell’ignoranza e della
povertà.
La musica non era un ornamento, ma necessità pastorale: attraverso la melodia, il
mistero dell’Incarnazione si imprimeva nella memoria e nel cuore del popolo. Il canto
diventava catechesi vivente, preghiera collettiva, esperienza comunitaria del divino.
Sant’Alfonso comprese che il cuore precede spesso la mente nel cammino della fede.
Le sue composizioni miravano a suscitare commozione affettiva, a far nascere nel cuore
quella tenerezza che apre alla conversione. Come egli stesso scrisse in una delle sue
poesie natalizie:
“Bambino mio bellissimo, tu m’hai rubato il cuore,
Bambino mio dolcissimo per te ardo d’amore.
Bambino mio tenerissimo tu già m’hai innamorato
e questo cuor durissimo pur l’hai d’amor piagato.”
Qui la musica diventa veicolo dell’innamoramento divino: non un Dio da temere, ma
un Bambino da amare, un Crocifisso che attira con la forza irresistibile della sua kenosi
d’amore.
Tutto il cammino di perfezione, per Alfonso è un cammino “dal timore
all’amore” per Dio. La musica gioca un ruolo fondamentale in questa progressione
spirituale:

➢ Il timore: l’uomo che si sente peccatore, indegno
➢ L’ascolto del canto: “Tu scendi dalle stelle… e vieni in una grotta al
freddo e al gelo”
➢ La commozione: il cuore si scioglie vedendo tanto amore
➢ La risposta d’amore: “E vieni, O mio diletto, vieni a trovar quest’alma
che t’ama”
Così il canto diventa strumento di conversione, perché tocca il cuore prima ancora
che la mente comprenda. Il canto, una delle vie più accessibili la crescita spirituale:
➢ È preghiera semplice: anche chi non sa formulare grandi orazioni può
cantare
➢ È meditazione: ripetendo i versi si medita il mistero
➢ È affetto del cuore: il canto coinvolge l’emotività e la volontà
➢ È perseveranza: il ritornello che si ripete è come la preghiera costante

2. Maria e la Chiesa, grembo della Misericordia
Spunto di meditazione: Maria, cuore pulsante della spiritualità alfonsiana: Madre
tenera, vicina, rifugio dei peccatori. La Chiesa come madre e sposa, casa
dell’accoglienza e del perdono.
La Sacra Scrittura non ci dice molto su Maria, ma quel poco basta a far
comprendere il suo ruolo nella storia della Salvezza. Maria non è il centro della fede
cristiana ma è centrale nel cristianesimo e questo per lo stesso sapiente disegno di Dio
Padre. Sant’Alfonso fu anche lui di questo avviso, infatti sostenne che è vero che di
Maria nei Vangeli si dicono poche cose ma chiamandola «piena di grazia» ci viene
detto che ella ebbe tutte le virtù, e le ebbe in grado eroico. Questa grazia determina la
straordinaria grandezza e bellezza di tutto il suo essere.
Maria nacque tutta santa, superiore a tutte le altre creature, perché Dio nel
creare un uomo o una donna gli affida una missione, ma elargisce anche i doni necessari
perché la persona possa svolgere il proprio impegno con decoro. Ella fu eletta per
essere madre di Dio motivo per cui, dal primo istante fu adornata di una grandezza
immensa per essere idonea a questa dignità. Di fronte a tanta magnanimità di Dio,
Maria non fu passiva, ma fin dal primo momento fu grata al suo Dio e: «cominciò ad
operare, trafficando sin da allora fedelmente quel gran capitale di Grazia, che l’era stato
donato; e tutta applicandosi a compiacere ed amare la divina bontà, sin d’allora l’amò
con tutte le sue forze, e così seguitò ad amarlo» (Sant’Alfonso).
Ella fu una donna umile ebbe un concetto basso di sé; non che si stimasse
peccatrice, l’umiltà è verità, ella sapeva di non aver mai offeso Dio. Donna così umile
che all’Angelo che le annuncia la sua incipiente divina maternità seppe rispondere solo:

«Eccomi, sono la serva del Signore, si compia in me la tua parola» (Lc 1, ). Commenta
Sant’Alfonso: «O risposta, che più bella, più umile e più prudente non avrebbe potuto
inventare tutta la sapienza degli uomini e degli angeli insieme, se vi avessero pensato
per un milione di anni! Oh risposta potente …».
Maria è stata una donna di grande fede: «Vedea ella il suo Figlio nella stalla di
Betlemme, e lo credea il creatore del mondo. Lo vedea fuggire da Erode, e non lasciava
di credere ch’egli era il re de’regi. Lo vide nascere, e lo credè eterno. Lo vide povero,
bisognoso di cibo, e lo credette Signore dell’universo: posto sul fieno, e lo credè
onnipotente. Osservò che non parlava, e credè che egli era la sapienza infinita. Lo
sentiva piangere, e credeva esser egli il gaudio del Paradiso. Lo vide finalmente nella
morte vilipeso e crocifisso, ma benché negli altri vacillasse la fede, Maria stette sempre
ferma nel credere ch’egli era Dio». In Ivi, Parte II §4, 288.
Cammin facendo nella sua vita Maria acquisiva sempre maggiore
consapevolezza di ciò che avrebbe vissuto, ella avanzò come rosa che cresce tra le
spine e il suo cuore divenne come uno specchio dei dolori del Figlio.
Quando Maria portò Gesù al Tempio per offrirlo a Dio incontrò Simeone questi
le predisse le pene che avrebbe sofferto, che, come spada, le avrebbero trafitto l’anima
(Lc 2,35); da questo momento ella cominciò a comprendere ciò che avrebbe patito Suo
Figlio: le pene, la morte atroce, il rifiuto, il morire svergognato sul legno infame; tutto
questo considera Maria quando stringeva Gesù bambino tra le sue braccia. Maria
durante la passione di Gesù tacque quando lo accusavano ingiustamente, tacque quando
Pilato lo condannava pur conoscendo la sua innocenza, tacque mentre lo
accompagnava sulla via del Calvario, in silenzio lo assisté dall’inizio fino a che non lo
vide spirare e così consumare il sacrificio. Costò più sacrificio, più violenza, più
generosità a Maria offrire suo Figlio che offrire sé stessa, sicché per tutta la vita ella:
«vivea morendo ad ogni istante, perché ad ogni istante l’assaliva il dolore della
morte del suo diletto Gesù, ch’era più crudele d’ogni morte». Corpo lacerato di
Cristo Crocifisso, cuore straziato quello di Maria: «quel che facevano i chiodi nel
corpo di Gesù, operava l’amore nel cuore di Maria».
L’unico sollievo che entrava nel cuore di Maria in quel mare di amarezza, e che
le dava un po’ di consolazione era sapere che per mezzo di quei dolori ci portava la
salute eterna. Ecco perché per mezzo dell’intercessione di Maria tutti possono ottenere
la salvezza. Maria stando in terra non negò niente a Gesù, ora Gesù in cielo non le
nega niente di ciò che chiede.
In questo senso la Madre di Misericordia è rifugio dei peccatori. In lei ogni peccatore
trova rifugio.
Anche la Chiesa è madre e sposa, casa dell’accoglienza e del perdono. Essa riprende
l’immagine materna di Maria, aprendo le sue braccia a tutti, specialmente ai peccatori,
invitandoli al ravvedimento e alla riconciliazione con Dio. La Chiesa, come casa della
misericordia, è il luogo dove si sperimenta l’amore di Dio che accoglie senza escludere,
accompagna senza abbandonare e perdona senza riserve, offrendo così un rifugio
sicuro a chi cerca redenzione.

3. Il Mistero dell’Incarnazione – Il cuore di Sant’Alfonso
Spunto di meditazione: Ai 270 anni di tu scendi dalle stelle. “Tu scendi dalle stelle”:
la tenerezza divina che si fa carne e dimora tra noi. Il presepe alfonsiano come scuola
di umiltà e di fiducia: Dio che entra nella nostra povertà per trasformarla in grazia.
Sant’Alfonso intuì profondamente che la musica è per natura ponte tra due
mondi: nasce dalla terra ma si eleva verso il cielo, è umana nella sua espressione ma
divina nella sua aspirazione. Nei suoi canti, i misteri della fede diventano accessibili
attraverso la melodia, i frutti dell’abbondante redenzione, la kenosi, ossia
l’abbassamento del Cristo, diventa accessibile a tutti. E come il Verbo si è fatto carne,
così Sant’Alfonso fa “discendere” i misteri divini attraverso la semplicità del canto
popolare.
“Tu scendi dalle stelle, o Re del cielo” – già nel primo verso c’è tutto il mistero
dell’Incarnazione: Dio che discende, che si abbassa, che viene incontro all’uomo non
con la maestà del potere, ma con la tenerezza dell’amore.
Come scrive il documento: ”Avesse preteso colla sua venuta di farsi temere e
rispettare dagli uomini, più presto avrebbe presa la forma d’uomo già perfetto e di
dignità regale; ma perché egli veniva per guadagnarsi il nostro amore, volle venire e
farsi vedere da bambino.”
La musica di Sant’Alfonso imita questa kenosi: non è musica erudita per i dotti,
ma canto popolare per i poveri, melodia semplice per cuori semplici. Come Cristo si è
fatto piccolo, così la lode si fa umile.
Nel cielo gli angeli cantano “Gloria a Dio nel più alto dei cieli” (Lc 2,14).
Sulla terra i pastori e il popolo semplice rispondono con “Tu scendi dalle stelle”.
La musica alfonsiana crea una liturgia cosmica dove:
• Dio discende attraverso l’Incarnazione
• L’uomo ascende attraverso la lode
• La melodia è il luogo dell’incontro, lo spazio sacro dove cielo e terra si
toccano
Quando una comunità canta insieme i canti di Sant’Alfonso, accade qualcosa di
profondamente teologico: si realizza l’unità del Corpo Mistico. Non più individui
separati, ma un unico popolo che con una sola voce loda il Signore.

La musica liturgica e devozionale diventa così:
• Anticipazione del cielo: dove tutti i santi cantano insieme l’Agnello
• Realizzazione della Chiesa: popolo che cammina insieme verso Dio
• Superamento delle divisioni: ricchi e poveri, dotti e analfabeti, tutti cantano
la stessa melodia

Ahhh quanto abbiamo ancora da imparare dalle melodie alfonsiane…il cielo irrompe
sulla terra e ci fa tutti UGUALI!

4. La Gioia del Vangelo – La Speranza del Giubileo
Spunto di meditazione: Sant’Alfonso insegna che la vera speranza nasce dalla
misericordia di Dio. Nel tempo del Giubileo, la Chiesa è chiamata a essere segno di
speranza per un mondo ferito.
«La speranza non delude» (Rm 5,5), sono le mirabili parole che san Paolo
indirizza alla comunità di Roma e che Papa Francesco ha scelto per aprire la Bolla
“Spes non confundit”, documento che indice il Giubileo Ordinario del 2025. Non è un
caso che il tema scelto sia la speranza: in un mondo segnato da guerre, povertà,
solitudine e sfiducia, la Chiesa è chiamata a essere annunciatrice di gioia, cantando il
Vangelo della speranza che nasce dall’amore infinito di Dio.
Come Sant’Alfonso compose melodie per far cantare al popolo l’amore
misericordioso di Dio, così Papa Francesco invita l’intera umanità a ”rianimare la
speranza”, a riscoprire quella gioia profonda che viene dall’incontro con
Cristo, ”porta di salvezza”. La gioia del Vangelo e la speranza del Giubileo non sono
due realtà separate, ma un’unica melodia che risuona dal cuore di Dio al cuore
dell’uomo.
Sant’Alfonso insegnava che la vita morale cristiana è un cammino “dal timore
all’amore” per Dio. Questo cammino è anche un cammino dalla tristezza alla gioia,
perché dove c’è amore vero, lì c’è gioia autentica.
Papa Francesco nella Bolla echeggia questa pedagogia alfonsiana quando
scrive: ”Possa il Giubileo essere per tutti occasione di rianimare la speranza”,
trasformando lo scetticismo e il pessimismo in fiducia e serenità.
Come Sant’Alfonso presentava un Dio che ”non si fa temere ma amare”, così
Papa Francesco invita a guardare a Cristo come ”nostra speranza” (1 Tm 1,1), non
come giudice severo ma come salvatore misericordioso.

Il Papa chiama i fedeli ”pellegrini di speranza”. Bellissima espressione che
unisce dinamismo e fiducia: non siamo pellegrini della disperazione o della
rassegnazione, ma della speranza viva. E il pellegrino che spera cammina con gioia
nel cuore, perché sa che ogni passo lo avvicina alla meta.
“Guardare al futuro con speranza equivale anche ad avere una visione della vita
carica di entusiasmo da trasmettere.”
Come si fa ad essere operatori di speranza? Papa Francesco è molto concreto.
Scrive: ”Ognuno sia in grado di donare anche solo un sorriso, un gesto di amicizia,
uno sguardo fraterno, un ascolto sincero, un servizio gratuito, sapendo che, nello
Spirito di Gesù, ciò può diventare per chi lo riceve un seme fecondo di speranza.”
La gioia del Vangelo si trasmette attraverso:

• Un sorriso: linguaggio universale della gioia
• Un gesto di amicizia: ponte di speranza
• Uno sguardo fraterno: riconoscimento della dignità altrui
• Un ascolto sincero: dono del tempo e del cuore
• Un servizio gratuito: amore concreto

Questi piccoli gesti sono semi di speranza che, come i canti di Sant’Alfonso,
portano frutto nel cuore delle persone.
La testimonianza cristiana è attraente quando è gioiosa, quando è piena di
speranza. Come Sant’Alfonso attraeva il popolo con la dolcezza e la tenerezza dei suoi
canti, così noi siamo chiamati a essere testimoni gioiosi della speranza che non delude.
Papa Francesco usa espressioni bellissime: ”Perché la fede sia gioiosa, la carità
entusiasta.”

• Fede gioiosa: non triste o pesante, ma luminosa e libera
• Carità entusiasta: non stanca o rassegnata, ma appassionata e
generosa
Questo è possibile solo quando la speranza orienta l’esistenza, quando
sappiamo che Dio ci ama e ci attende.
Questo è il nostro compito: essere pellegrini gioiosi di speranza, camminare
cantando, seminare gioia ovunque, testimoniare con la vita che la speranza in Dio non
delude mai.
Come i canti di Sant’Alfonso risuonano ancora dopo tre secoli, così il canto della
speranza giubilare continui a risuonare nei secoli, fino al giorno in cui canteremo tutti
insieme, in cielo, l’Alleluia eterno davanti all’Agnello immolato e risorto.

Preghiera Finale
Signore Gesù,
Tu sei la nostra speranza che non delude.
Apri i nostri cuori alla gioia del tuo Vangelo.
Rendici pellegrini di speranza,
seminatori di gioia,
cantori della tua misericordia.
Per intercessione di Maria, Madre della Speranza,
e di Sant’Alfonso, cantore del tuo amore,
fa’ che questo Anno Giubilare sia per tutti
tempo di conversione, di riconciliazione,
di gioia profonda e di speranza rinnovata.
Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.

Durazzano, 29\11\2025