– Riflessioni a cura di Danilo Defant, diacono, in occasione del Ritiro di Quaresima, del coro polifonico Madonna della Libera, tenuto presso la Comunità Emmanuel di Faicchio (BN)-

In questo tempo forte della Quaresima, siamo invitati a riflettere su un vocabolario spirituale che si articola attorno a tre parole fondamentali.

La prima è deserto, un luogo di eccessi e difficoltà che, per il cristiano, rappresenta lo spazio interiore in cui dobbiamo avere il coraggio di tornare. Spesso quel “dentro di noi” ci spaventa e preferiamo restare al di fuori, ma la Quaresima ci chiama a rimettere mano alla nostra interiorità. È un luogo di mezzo, come quello tra l’Egitto e la Terra Promessa, dove siamo chiamati a “tornare in noi stessi” come il figlio prodigo per portare un cambiamento reale nella nostra vita. È un passaggio difficile, ma necessario, perché è proprio in questo spazio profondo che Cristo rinnova la nostra esistenza, promettendoci: “Dovrete passare per la Croce, ma io vi terrò la mano”.

La seconda parola è digiuno, inteso come la scelta di non riempire la nostra vita con diversivi che ci impediscono di riflettere sulle nostre fragilità. Digiunare significa togliere quelle bende che usiamo per coprire le nostre ferite e accettare l’invito di Gesù: “Fammi vedere le tue ferite, io le guarirò”. Fare digiuno significa dunque fare verità sulle proprie miserie, lasciar cadere le maschere e mostrarsi mancanti, sapendo che da soli non possiamo farcela.

Qui si inserisce la terza parola, la preghiera: chi prega fa memoria di non essere solo e trova la forza di affrontare la propria povertà insieme al Signore.

Questa riflessione trova il suo compimento nell’incontro tra Gesù e la Samaritana, un incontro “impossibile” reso possibile dalla mitezza di Dio che scende al nostro livello. Gesù si siede accanto a noi e, come con la donna al pozzo, fa verità sulla nostra vita senza giudicarci, risvegliando in noi un desiderio di infinito. Siamo invitati a chiamare per nome la miseria che ci blocca, lasciandoci aiutare da Lui a tirar fuori le nostre fragilità. Solo ammettendo i nostri errori possiamo essere perdonati e riaccendere il desiderio di essere felici.

Come coro e come Chiesa, dobbiamo chiederci se abbiamo ancora questo desiderio di felicità o se ci siamo accontentati.
La nostra missione è far accendere in noi e in chi ci ascolta la sete di un’acqua viva che non si esaurisce.
Il coro deve diventare una missione che permette di fare esperienza di Dio: ma per essere quel “pezzo” di strada dove gli altri incontrano il Signore, dobbiamo essere noi i primi a lasciarci dissetare da Lui.